Europa Globale

A proposito delle elezioni europee

Michele Ciavarini Azzi, Presidente della UEF Belgio

Da diverse settimane girano ripetutamente per Bruxelles due pulmini elettorali con una grande scritta: “Having Democracy for breakfast? Do not swallow the Lisbon Treaty whole”, firmato Libertas, l’alleanza degli anti-europei in Europa.

A 33 giorni dalle elezioni europee in Italia ed a 34 giorni in Belgio, la campagna elettorale fatica ad entrare nel vivo delle questioni europee e a proporre alternative chiare alle grandi sfide che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni. Succede quindi che i movimenti anti-europei riescono a coalizzarsi ed a comunicare più facilmente un messaggio chiaro, semplice, senza compromessi.

European Parliament plenary

In Belgio, un paese in cui il voto è un esercizio obbligatorio, la campagna elettorale per le europee è pressochè inesistente, offuscata dalla campagna per le elezioni regionali che si svolgeranno nello stesso giorno. Manifesti, comizi, dibattiti politici radiofonici e televisivi: tutto ruota attorno alle competenze regionali! Nulla, o quasi, viene detto sulle posizioni dei prinicipali partiti quanto alle scelte da fare in Europa. Ed in Italia le cose stanno più o meno nello stesso modo. Come mai?

La mancanza di una chiara corrispondenza in Europa tra scelta individuale, cioè il voto, e formazione di un governo o di un potere esecutivo (sovranazionale in questo caso), espressa dalla personalizzazione di un candidato o una candidata alla presidenza di tale esecutivo, può dare la sensazione agli elettori che qualunque sia il voto espresso, le cose non cambino poi molto. E che la possibilità di influire sulle decisioni dell’Unione europea sia scarsa.

È vero che il Parlamento europeo lavora in modo diverso da un parlamento nazionale eletto su base maggioritaria, dove esiste una chiara maggioranza ed un’opposizione, e che la ricerca di un consenso trasversale nell’iter legislativo, almeno tra i due o tre principali gruppi politici europei, rappresenta il principale obiettivo politico. Ma va anche detto che su tanti temi – i diritti civili, l’ambiente, l’energia, la difesa, la politica estera – le posizioni di partenza delle principali famiglie politiche sono abbastanza diverse. Ed allora è importante sapere per chi e per che cosa si sta votando. E servirebbe anche ripetere – ripetere, ripetere, ripetere – che dal Parlamento europeo (in codecisione con il Consiglio) dipende circa il 75-80 % dell’intera produzione legislativa in applicazione nei 27 stati membri dell’Unione europea. Come dire che bisogna scegliere con oculatezza i propri legislatori per i prossimi cinque anni!

Occorrerebbe pure soffermarsi di più e meglio, cioè in modo pedagogico, sulle importanti novità introdotte dal Trattato di Lisbona – trattato ancora in via di ratifica – e sulle sue implicazioni sul futuro dell’integrazione europea. Ma è forse chiedere troppo?

Crisi economica e disastri ambientali...la virtù sta nel mezzo

Salvatore Antonio Palermo, Segretario MFE di Como

Al recente Congresso di Catania nella commissione economia dopo la relazione del Prof. Mosconi e del Dott. Palea (la prima che in sostanza evidenziava la tecnica finanziaria mondiale in una breve cronistoria dal 1943 ad oggi, mentre la seconda era incentrata sulla necessità di coniugare l’economia all’ambiente ponendo in risalto i passaggi errati nel rapporto tra lo sviluppo economico e i disastri ambientali) ho voluto intervenire affermando che tra le due relazioni, come dicevano i latini: “in media stat virtus: la virtù sta nel mezzo”

Entrambe le relazioni hanno avuto aspetti interessanti e pregi indiscussi perché hanno esaminato gli aspetti più importanti dell’economia alla luce dell’attuale crisi economica.

Il sistema finanziario mondiale deve essere riformato tenendo conto dell’evolversi di alcuni paesi ( in particolare Cina ed India) ma anche dell’affievolimento progressivo del dollaro statunitense e dello stato di difficoltà della Cina che ha accumulato miliardi di dollari e che qualsiasi intervento metta in campo rischia comunque di essere deleterio per una economia che sin qui non ha avuto battute di arresto ( questo discorso vale anche per l’economia indiana), ma lo sviluppo, ha sottolineato Palea, mal si è coniugato con lo sfruttamento delle risorse ambientali dell’intero pianeta, anzi, lo sviluppo irrazionale ha portato paesi come la Cina a sopportare malsane ripercussioni proprio sull’ambiente ( aria/acqua), malattie gravi presenti nella popolazione del continente cinese, basti pensare a Canton, Shangai, la stessa Pechino.

Nella stessa giornata in cui si è aperto il Congresso MFE di Catania, Le Monde proponeva ai suoi lettori un dibattito molto interessante sull’economia,nel mondo decriptato.. Da dove proviene la crisi era il tema sul quale si confrontavano antropologi, scrittori, economisti, filosofi. Due tesi mi hanno colpito particolarmente. Da una parte Emanuel Todd ( storico ed antropologo) che affermava che la questione centrale oggi è quella dell’insufficienza globale della domanda dove ogni discorso ruota attorno ai piani di rilancio dell’economia. Il rilancio economico è anche la causa di questa domanda insufficiente che rappresenta nient’altro che il libero scambio. Libero scambio che non è una cattiva cosa in sé perché una parte che le argomentazioni del libero scambio propongono ha un valore: la realizzazione dell’economia di eccellenza.

La specializzazione dei paesi secondo le loro competenze di produzione ha l’estensione smisurata del libero scambio ha rinviato il capitalismo alla sua vecchia tradizione che è una sorta di ritardo tendenziale della domanda in rapporto alla crescita della produzione. Nel libero scambio le imprese si posizionano non più in rapporto alla domanda interna, all’eccellenza nazionale, ma in rapporto ad una domanda sempre più persa nella realtà, ma così in maniera mitica come una domanda esterna.

Jaques Attail è invece uno scrittore schierato per la tesi economia-ambiente. Egli si sofferma nell’analisi dell’informazione imperfetta che permea tutta la società.

La crisi stessa è la manifestazione della libertà perché è impossibile prevedere i comportamenti differenti dei diversi attori. Per gli Stati Uniti l’impronta non è il denaro che “monta alla testa” di un sistema, ma è il modo (l’approccio) americano di creazione di una domanda esterna al mercato.

Nelle due visioni diverse dell’origine della crisi io credo di assistere soprattutto ad una globalizzazione del mercato senza una globalizzazione dello Stato di diritto. Ciò che è significativo è che nella loro dotta disquisizione ci sono alcune verità inconfutabili. Da una parte se è vero che proprio il libero mercato senza regole ha prodotto questi guasti finanziari globali, è pur vero che anche lo sfruttamento distratto dell’ambiente e dell’ecosistema ha prodotto una economia dello spreco, del superfluo, dei prodotti voluttuari e costosi, legati a consumi futili quanto mutevoli.

E se sono vere queste affermazioni è pur vera la constatazione di Emanuel Todd quando afferma che “ il problema da affrontare oggi, non è la sparizione delle api, ma è la scomparsa degli impieghi, del lavoro”.

Da questa affermazione credo si debba partire per affrontare subito la crisi ed i suoi aspetti più deleteri. A Como, in Italia, nella settimana antecedente al Congresso di Catania si sono persi più di 1600 posti di lavoro. Aziende prestigiose costruite in anni e generazioni di lavoro, se usciranno indenni da questa crisi avranno probabilmente altri nomi, perché saranno altre aziende a comprarle, magari per pochi euro, solo per speculazioni, per poi rivenderle oppure nei casi peggiori a liquidarle. Anni, generazioni di uomini hanno lavorato per costruire, mentre oggi un colpo di spugna cancella tutto, e ciò che annulla di più, ciò che azzera senza pietà è l’impronta della produttività che spesso non ritorna a ridisegnare gli spazi alla fantasia,alle capacità, al gusto di lottare per il bene di una collettività, di un territorio.

Che fare ?

Ciò che ci sta davanti è una nuova sfida ( perché di sfida si tratta) per gli anni 2000. Questa crisi economica sarà anche una occasione irripetibile per correggere vecchi errori, vecchie concezioni di un passato imprenditoriale ed occupazionale obsoleto, al quale padronato e lavoratori ( insieme alle associazioni sindacali) dovranno dare nuove risposte e creare nuovi aggiornamenti al libero mercato nell’ambito del mercato globale e globalizzato.

Ma saranno necessarie anche nuove strade (tutte da trovare e sperimentare) per trovare assetti consoni ad un mercato finanziario e monetario che non può essere più quello degli anni ‘90 ( che già aveva in quel periodo bisogno di rinnovamenti strutturali). Certo la strada di Bretton Woods è impercorribile perché sul proscenio finanziario ed internazionale vi sono più monete forti che sono a loro volta radicate nel tessuto economico dei loro stati,dei loro territori, nell’ambito delle organizzazioni aziendali che sono state create. Certo, non basteranno più i G20, oppure le conferenze intergovernative a sciogliere questi nodi. Sono necessari uomini nuovi, giovani di preparati, di buon senso e non soltanto “rampanti” per dare ossigeno alle idee, gambe alle parole che sin qui hanno prodotto solo slogan.

Per tornare a Como, nelle misure adottate da questo territorio sulla crisi il 10 febbraio il quotidiano locale “la Provincia” riportava l’accordo contro la stretta del credito alle imprese. Un accordo di 50 milioni di euro nato dall’intesa tra Unione degli Industriali di Como, Associazione Nazionale Costruttori Edili di Como, Confidi Lombardia e Intesa San Paolo. Un accordo che concede capitali alle imprese attraverso tre percorsi individuati a seconda della finalità per le quali il fido è richiesto:

  1. ricapitalizzazione delle società ( per rafforzare i loro patrimoni) attraverso aumento del Capitale Sociale;
  2. finanziamenti volti a ristrutturare gli impianti produttivi (macchinari, nuovi impianti, mezzi produttivi);
  3. l’ottenimento di fondi di sostegno alle liquidità d’impresa per realizzare campagne che rilancino produttività e vendite.

Mi sono chiesto se tutto ciò poteva bastare. Mi sono chiesto se questo è ciò che gli imprenditori chiedono alle istituzioni, al credito, alla politica.

Con una amica associata di Confindustria e a sua volta imprenditrice, ho iniziato a contattare le imprese comasche, scegliendole a campione in diverse parti del territorio.

Ma la risposta non sembra quella di interventi tampone (come nell’accordo del 10 febbraio). Gli imprenditori vogliono molto di più che soli interventi tampone. Vogliono finanziare progetti per trasformare le attività produttive, per trovare nuovi mercati, per essere più competitivi non solo dopo la crisi e per superare la crisi, ma per affrontare a viso aperto il futuro ( il che significa riprogettare le produzioni, variegare i mercati, riconvertire o rinnovare gli impianti, specializzare e meglio qualificare il personale).

Ma questa è un’altra storia di cui parlerò quando avremo finito di intervistare le imprese che abbiamo selezionato.

A Catania non ho mancato di fare una osservazione essenziale al mio intervento. L’Europa non c’è ancora. Manca una guida ai processi economici e politici. Manca uno Stato ed un Governo Federale europeo che sappia parlare ai cittadini di un continente grande quanto gli Stati Uniti d’America, se non di più dopo l’allargamento.

L’Europa degli anni 2000 deve fare una scelta non più procrastinabile oltre per il bene di ogni giovane, di ogni uomo o donna, di ogni famiglia che voglia traguardare la propria vita nel progresso e non nell’indigenza oppure nella precarietà.

Gli Stati Uniti d’Europa sono la soluzione più prossima per poter costruire un avvenire, un futuro di pace e di benessere.

Manifesto della JEF Europe per le Eleziono Europee del 2009

Noi giovani cittadini d’Europa crediamo nei valori della pace, della libertà e della solidarietà. Riconosciamo il successo dell’integrazione europea che ha garantito lo sviluppo della democrazia e della prosperità economica in Europa grazie all’unificazione del continente.

L’Unione europea è il nostro presente e un’Europa federale il nostro futuro, ma la rapida evoluzione della globalizzazione presenta nuove sfide. Le crisi internazionali sono evidenti nel mondo della finanza, nelle questioni della sicurezza, della crisi ambientale e alimentare. Solo con un’UE capace di parlare e agire come une vera Unione potremo affrontare simili sfide.

JEF EP Campaign Logo

È tempo di agire!

Ci aspettiamo decisioni coraggiose e innovative. Vogliamo che l’Unione europea produca benefici concreti per la nostra vita quotidiana. Perciò domandiamo:

  • una politica economica europea attenta alla crescita sostenibile e capace di creare nuovi posti di lavoro, specialmente per i giovani;
  • un’Agenzia europea dell’energia e dell’ambiente capace di rendere l’Europa all’avanguardia nella battaglia contro il cambiamento climatico, e responsabile della gestione di una Riserva energetica europea volta ad assicurare l’indipendenza energetica dell’Unione europea;
  • una clausola di solidarietà che garantisca a tutti gli stati membri protezione reciproca in caso di attacchi terroristici e catastrofi naturali;
  • caschi blu europei che contribuiscano alle operazioni di mantenimento della pace nel mondo nel quadro di una vera politica di sicurezza e difesa europea;
  • il diritto di iniziativa popolare per permettere ai cittadini di far udire la propria voce;
  • un servizio civile europeo per promuovere i valori della cittadinanza europea tra i giovani;
  • il riconoscimento ufficiale dei simboli europei da parte di tutte le istituzioni europee.

Chiediamo ai candidati alle prossime elezioni europee (giugno 2009) di sostenere queste proposte. Inoltre, chiediamo al prossimo Parlamento europeo di esercitare il diritto di avviare un processo di riforma dei trattati – come stabilito dal Trattato di Lisbona – al fine di elaborare un quadro costituzionale e legislativo necessario all’attuazioni di tali riforme e per dare così ai cittadini europei un vero governo federale.

Invitiamo i cittadini e la società civile a firmare il Manifesto.

È TEMPO DI CAMBIAMENTO…ÈTEMPO DI EUROPA!

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