La primavera della democrazia nel mondo arabo

di Lucio Levi, MFE

Arab Democraty

Dopo la caduta dei regimi fascisti nell’Europa mediterranea, in America latina e in Asia e di quelli comunisti nella grande regione che per cinquant’anni è stata soggetta al dominio dell’Unione Sovietica, ora è giunto il momento del risveglio dei popoli arabi. Quella che Huntington ha chiamato la “terza ondata” del processo di democratizzazione, cominciata nel 1974 con la rivoluzione portoghese, non si è dunque esaurita.

I governi dell’Unione europea e degli Stati Uniti sono stati colti di sorpresa dal moto spontaneo delle masse popolari che hanno invaso le piazze delle città dell’Africa del nord e del Medio Oriente. In nome della stabilità internazionale essi hanno appoggiato fino all’ultimo i vecchi e cadenti regimi oppressivi e corrotti di Tunisia ed Egitto e ne hanno accolto la caduta con disappunto. I governi dell’UE, e purtroppo anche il Parlamento europeo, non hanno trovato parole né formulato proposte politiche per intervenire sul grandioso movimento di liberazione in corso. Il sistema internazionale, con il declino dell’influenza degli Stati Uniti e l’assenza dell’Europa non sembra avere le risorse economiche e di potere né la visione politica per influire positivamente sugli avvenimenti in corso e per aiutare e orientare la transizione alla democrazia.

È sconfortante osservare come i dirigenti politici europei percepiscano il movimento dei popoli che si vogliono liberare dall’oppressione dei loro governi solo in termini di sicurezza e propongano solo di inviare poliziotti a presidiare le coste. È questa l’Europa che non vogliamo: l’Europa fortezza che si chiude in se stessa, che esibisce il volto odioso della xenofobia, che esclude la Turchia perché islamica, che in nome della religione cristiana rappresenta il proprio Dio con le fattezze dell’uomo occidentale. Il progetto dell’Unione per il Mediterraneo (2008) che doveva approfondire il Partenariato euro-mediterraneo (1995) è fallito. La riunione dei governi di questa associazione, prevista per lo scorso dicembre, non si è tenuta. L’area di libero scambio progettata per il 2010 non si è realizzata, né i governi europei hanno onorato l’impegno a interrompere la cooperazione economica con i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo che non rispettano i diritti umani.

Va rilevato che lo schema dell’allargamento, adottato per i paesi dell’Europa centro-orientale, e della loro inclusione nell’UE non può essere riprodotto per il Nord Africa e il Medio Oriente. Questa regione è la sede di un’organizzazione internazionale – la Lega araba –, la quale è il potenziale veicolo di un processo di integrazione regionale, che dovrebbe includere anche Israele. Purtroppo l’integrazione è di là da venire. Se consideriamo il Maghreb, solo l’1-2% del commercio estero di questi paesi si sviluppa all’interno della regione. Eppure la Commissione per l’Africa dell’ONU valuta che l’integrazione economica del Maghreb consentirebbe di aumentare del 5% il PIL della regione. L’UE, che ha continuato a tenere rapporti bilaterali con il Nord Africa, avrebbe potuto incoraggiare l’integrazione regionale, come hanno fatto gli Stati Uniti con l’Europa quando hanno lanciato il Piano Marshall, condizionando l’erogazione degli aiuti alla formulazione di un piano di ricostruzione concertato in comune.

Lo spauracchio dell’estremismo islamico, agitato dai governi dell’Occidente per giustificare il sostegno ai regimi autoritari, appartiene a una logica del passato, che non tiene conto dello sviluppo economico, della modernizzazione sociale e della secolarizzazione in corso nella regione. La diffusione dell’istruzione soprattutto tra le giovani generazioni e la diminuzione del tasso di natalità, che è una conseguenza della crescita dell’istruzione delle donne, hanno avvicinato queste popolazioni ai valori di libertà e uguaglianza tipici delle società più sviluppate. Queste sono le condizioni oggettive che hanno fatto emergere una società civile e il pluralismo. Il fondamentalismo islamico è una corrente reazionaria che vuole contrastare questa tendenza. E infatti esso sembra essere il principale sconfitto nella rivoluzione in corso. All’avanguardia del movimento ci sono i giovani, i quali, malgrado la buona istruzione, sono penalizzati dall’esclusione dal mercato del lavoro. Essi hanno usato i nuovi mezzi di comunicazione ai fini della mobilitazione, sostituendosi ai partiti e alle altre organizzazioni della politica tradizionale. Ciò che colpisce in questo movimento è la mancanza di leader nel senso tradizionale della parola. La figura di leader dei tempi nuovi è l’egiziano Wael Ghonim, un funzionario di Google.

Le inconsuete dimensioni della rivoluzione mostrano che il mutamento economico e sociale, sviluppatosi sull’onda della globalizzazione, richiede in modo imperativo cambiamenti politici e istituzionali. Qui sta il mistero che la “vista corta” delle élites politiche dell’Occidente non ha saputo penetrare. Non era un mistero per Emmanuel Todd, il quale dieci anni fa (nel libro Après l’empire) aveva diagnosticato il passaggio alla modernità del mondo islamico e aveva previsto il cambio istituzionale.

Va notato che gli anelli deboli del mondo arabo, dove è cominciato il crollo dei vecchi regimi – la Tunisia e l’Egitto – sono paesi privi di petrolio. Invece i paesi produttori di petrolio hanno risorse per promuovere il consenso tramite la concessione di servizi gratuiti alla popolazione (acqua, elettricità, istruzione ecc.). E infatti questi ultimi hanno mostrato una maggiore resistenza al contagio del movimento rivoluzionario.

Le forze armate in Tunisia e in Egitto hanno il merito di avere favorito la caduta delle dittature senza un bagno di sangue, che purtroppo è avvenuto in Libia. L’immensa piazza Tahrir del Cairo, dove si è riunito il popolo che ha determinato la caduta di Mubarak, non è stata una nuova piazza Tienanmen. Va notato che i militari hanno svolto un ruolo progressista in altre occasioni, a cominciare dal colpo di stato di Nasser, che nel 1952 spodestò re Faruk. Quando, dopo la rivoluzione khomeinista in Iran (1979), le elezioni aprirono la strada all’affermazione dei principi della repubblica islamica prima in Turchia, poi in Algeria, furono ancora i militari che impedirono l’affermazione dell’integralismo islamico. In tutto il mondo arabo sono le forze armate l’unica struttura che può guidare la transizione alla democrazia, con tutti i rischi che ciò comporta. Per molti anni sui popoli arabi incomberà il rischio che la democrazia possa ridursi a un’istituzione di facciata e che il potere reale resti nelle mani dei generali, come mostra il caso del Pakistan. D’altra parte, va sottolineato che, se i militari turchi hanno ceduto il potere, lo si deve soprattutto alle pressioni che l’UE ha esercitato nel corso dei negoziati per l’adesione della Turchia.

Gli esempi sopra ricordati provano che le elezioni sono una condizione necessaria ma non sufficiente della democrazia. La transizione alla democrazia sarà un percorso lungo e irto di insidie. Tanti anni di governi autoritari hanno distrutto (o non hanno permesso che si formassero) le strutture associative essenziali perché le elezioni possano aprire la strada a un governo democratico: partiti politici, sindacati indipendenti, associazioni della società civile. La transizione avrà successo se saranno elaborate le norme costituzionali che assicurino la formazione di uno spazio pubblico dove il dibattito politico e la selezione dei leaders possano avvenire in modo libero e trasparente. Su queste basi potrà risorgere il panarabismo all’insegna della solidarietà tra popoli che hanno scelto la libertà e la vogliono difendere costruendo istituzioni comuni e avviando un processo federativo in seno alla Lega araba.

La prospettiva federale nella Dichiarazione Schuman

di Sergio Pistone

La Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, di cui ricorre quest’anno il 60° anniversario, è il documento fondatore del processo di unificazione europea. Con essa ha avuto infatti inizio, sulla base della riconciliazione franco-tedesca, l’effettiva costruzione di un’Europa unita, che, pur non essendo ancora giunta alla sua conclusione, ha realizzato progressi tali da rendere effettivamente raggiungibile, anche se per nulla scontato, il raggiungimento del traguardo finale. Questo è d’altra parte esplictamente indicato nella dichiarazione, la quale definisce la messa in comune delle produzioni del carbone e dell’acciaio, sotto la direzione di un’autorità indipendente dai governi e le cui decisioni vincolino la Francia, la Germania e gli altri paesi aderenti, “le prime basi concrete di una federazione europea”, intesa come contributo decisivo alla costruzione della pace mondiale. Proprio perché il traguardo finale non è ancora stato raggiunto, la dichiarazione mantiene la sua piena attualità non solo nel suo contenuto normativo-finalistico, ma altresì nella scelta di importanza cruciale di procedere a un salto qualitativo senza lasciarsi bloccare da veti nazionali. Ciò premesso, concentro la mia analisi su tre punti: 1) la genesi della Dichiarazione Schuman; 2) il suo contenuto federalista; 3) la sua attualità.

1. La dinamica del processo di unificazione europea è stata chiarita in maniera illuminante da Altiero Spinelli, in forma embrionale già nel Manifesto di Ventotene del 1941 (che costituisce il documento fondatore della lotta dei movimenti per l’unificazione federale europea) e quindi in termini più precisi dopo la guerra. Secondo il fondatore del Movimento Federalista Europeo alla base del processo di unificazione europea c’è una spinta storica profondamente radicata e di durevole potenza derivante dalla crisi strutturale e irreversibile degli Stati nazionali europei. Questa consiste ,in sostanza, nell’impossibilità strutturale di affrontare, sulla base della sovranità nazionale assoluta, i problemi fondamentali dello sviluppo economico, del progresso democratico e della sicurezza, i quali hanno assunto dimensioni sopranazionali in conseguenza della crescente e inarrestabile interdipendenza prodotta dall’avanzamento della rivoluzione industriale. I governi democratici nazionali si sono pertanto trovati, dopo il crollo del sistema europeo degli Stati alla conclusione dell’epoca delle guerre mondiali (che hanno visto in sostanza un tentativo di unificazione egemonica dell’Europa), di fronte all’alternativa ineludibile di “unirsi o perire”, cioè nella situazione già indicata dal ministro degli esteri francese Aristide Briand allorché nel settembre del 1929 presentò la prima proposta di unità europea emanante da un governo. Da qui l’affermarsi di una politica di unificazione europea che ha una base strutturale, ma che d’altra parte si scontra con un ostacolo altrettanto strutturale costituito dalla tendenza dei detentori del potere nazionale - derivante dalla legge dell’autoconservazione del potere già chiarita da Machiavelli - a resistere al trasferimento effettivo della parte sostanziale di tale potere a istituzioni sopranazionali federali, in mancanza del quale non si può realizzare una unificazione europea efficace, democratica e irreversibile.

Dato questo atteggiamento contraddittorio dei governi nazionali, può emergere da essi una politica forte di unificazione europea, che vada cioè al di là della semplice cooperazione intergovernativa fondata sulle deliberazioni unanimi, solo allorché la situazione di crisi strutturale degli Stati nazionali si traduce in condizioni di crisi acuta di potere, di vera e propria impasse per i governi. Ed è altresì indispensabile che in tali situazioni siano presenti statisti coraggiosi e che intervengano attivamente nel processo personalità autorevoli, ma autonome rispetto alla logica della conquista e del mantenimento del potere nazionale, e movimenti impegnati in modo prioritario a favore dell’unificazione federale europea e della mobilitazione dell’opinione pubblica a sostegno di tale obiettivo. Una situazione di questo genere fu in effetti alla base dell’iniziativa di Schuman del 1950. Fino ad allora si era realizzata una politica di unificazione europea nell’Europa occidentale (l’unica parte del continente che aveva una relativa possibilità di scelta), sollecitata, sullo sfondo del crollo della potenza degli Stati nazionali, dallo scoppio della guerra fredda e dalla connessa decisione americana di subordinare, con il Piano Marshall del 5 giugno 1947, gli aiuti per la ricostruzione all’avvio della cooperazione europea. Le organizzazioni internazionali nate come conseguenza diretta o indiretta delle pressioni americane, e cioè l’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (che nel 1960 diventerà l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il Patto di Bruxelles (che nel 1955 diventerà l’Unione Europea Occidentale) e il Consiglio d’Europa, erano però caratterizzate da una struttura confederale particolarmente debole. E ciò soprattutto perché la Gran Bretagna (un paese in cui la crisi storica dello Stato nazionale si era manifestata in modo meno evidente), che ne fu con la Francia la principale fondatrice, era particolarmente rigida nella difesa delle prerogative della sovranità nazionale e gli altri partner non erano disposti a procedere senza la Gran Bretagna. Il salto qualitativo da queste prime, deboli forme di cooperazione europea all’avvio del processo di integrazione comunitaria fu favorito in modo decisivo dall’evoluzione della questione tedesca indotta dalla politica americana. Un corollario fondamentale della strategia americana di contenimento del blocco sovietico (che, partendo dalla Dottrina Truman del 12 marzo 1947, aveva portato al Piano Marshall e poi alla fondazione dell’Alleanza Atlantica) era la decisione di procedere alla ricostruzione economica e politica della parte della Germania occupata dalle potenze occidentali, eliminando i residui della precedente politica tendente a mantenere la divisione fra le zone di occupazione occidentale e a limitarne fortemente lo sviluppo economico. Nel quadro di questa scelta, guidata dalla consapevolezza che senza una piena ripresa di quello che era sempre stato uno dei fondamentali punti di forza dello sviluppo economico europeo l’Europa occidentale sarebbe rimasta irrimediabilmente debole, gli americani, dopo aver ottenuto la costituzione della Repubblica Federale di Germania, posero all’ordine del giorno l’eliminazione di ogni ostacolo al pieno sviluppo dell’economia tedesca. Di conseguenza aprirono la strada alla riappropriazione da parte dei tedeschi della propria industria pesante che era sottoposta alla Autorità Internazionale della Ruhr e quindi a delle limitazioni di produzione. Di fronte a questa decisione americana, il governo francese, la cui politica estera era passata sotto la guida di Robert Schuman, esponente del “partito della riconciliazione con la Germania”, venne a trovarsi fra due fuochi. Essi erano rappresentati rispettivamente dalla preoccupazione per il risorgere della potenza tedesca, di cui la rinascita economica costituiva la premessa, e dalla prospettiva di un duro (e destinato a concludersi con una sconfitta) scontro diplomatico con gli americani, decisi a portare avanti senza indugi la piena ripresa economica della Germania occidentale. Ma da questa impasse la Francia seppe uscire in modo evolutivo con la coraggiosa proposta, suggerita da Jean Monnet, di sottoporre a un comune controllo europeo sia l’industria carbo-siderurgica tedesca che quella della Francia e degli altri paesi europei disposti a partecipare all’impresa. In seguito all’immediata risposta positiva della Germania di Adenauer (il leader del partito tedesco della riconciliazione con la Francia), dell’Italia di De Gasperi e dei paesi del Benelux, il problema fu risolto creando, sulla base appunto del Piano Schuman, un organismo di tipo completamente nuovo rispetto al Patto di Bruxelles, all’OECE e al Consiglio d’Europa. La fondamentale novità che caratterizza la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio è costituita precisamente dalla prospettiva federale in essa contenuta. Prima di esaminare dettagliatamente questo aspetto, mi sembrano utili due precisazioni. Anzitutto, il legame di importanza decisiva fra questione tedesca e integrazione comunitaria non significa affatto che questa costituisca essenzialmente uno strumento per controllare la Germania. In realtà l’unificazione europea trae la sua spinta di fondo e permanente dalla crisi irreversibile del sistema degli Stati nazionali europei, che nell’epoca delle guerre mondiali e della Resistenza antifascista ha portato a una diffusa presa di coscienza dell’alternativa “unirsi o perire”. Su questo sfondo, in mancanza del quale il processo di unificazione europea non avrebbe potuto avviarsi e svilupparsi, la questione della pacifica convivenza della Germania (l’ultima potenza mirante all’egemonia europea, nella storia moderna, dopo i precedenti della Spagna e della Francia) con gli altri paesi europei ha svolto un ruolo decisivo, in quanto ha offerto agli europeisti più avanzati, in Francia come in Germania e negli altri partner, una rilevante e concreta risorsa politica per superare le resistenze nazionalistiche a una politica di unificazione sopranazionale in profondità. In secondo luogo, deve essere sottolineato che una ragione fondamentale della capacità di Schuman di superare le resistenze nazionalistiche nel suo paese risiede nel metodo con cui ha sviluppato la sua iniziativa. In effetti egli ha preparato il lancio del progetto della CECA escludendo qualsiasi coinvolgimento del personale del Ministero degli esteri - ben sapendo che da lì sarebbero emerse resistenze in grado di affossare l’iniziativa sul nascere -, affidandone la preparazione a Monnet e ai suoi collaboratori del Commissariato per la Pianificazione, e sollecitando il sostegno dell’opinione pubblica in Francia e negli altri paesi, in modo da rendere più difficili manovre insabbiatrici da parte della diplomazia e anche degli ambienti economici interessati.

2. Se per federazione si intende il superamento della sovranità nazionale assoluta attraverso la creazione di uno Stato federale (uno Stato di Stati) e, quindi, di istituzioni democratiche sopranazionali con poteri diretti sui cittadini della federazione e alle cui decisioni concorrano gli Stati nazionali, che quindi conservano una sostanziale e intangibile autonomia, è evidente che nella iniziativa di Schuman è contenuta una prospettiva federale. In effetti, pur non avendo dato vita a una federazione pienamente sviluppata, essa realizzò il superamento della semplice cooperazione intergovernativa e perciò mise in cantiere l’effettiva costruzione di uno Stato federale, dal momento che solo la decisione coraggiosa e drammatica di avviare il superamento della sovranità nazionale esclusiva era in grado di bloccare una prospettiva, come quella della piena ricostruzione della sovranità tedesca, che era giustamente percepita come gravida di implicazioni pericolosissime. In termini più precisi, il chiarimento del contenuto federalista dell’iniziativa di Schuman deve fare anzitutto riferimento alla visione di Monnet, che di quella iniziativa fu l’ispiratore. L’approccio funzionalistico all’integrazione europea, di cui Monnet, è stato il più lucido e fattivo sostenitore, ha in comune con quello federalista, di cui Spinelli è stato indiscutibilmente il massimo esponente (ma non va dimenticato al riguardo il fondamentale apporto di Mario Albertini), l’obiettivo della federazione. I due approcci fanno parte pertanto dello stesso schieramento contrapposto al confederalismo, i cui principali punti di riferimento sono Churchill e De Gaulle. Ciò premesso, l’approccio funzionalistico di Monnet si caratterizza per la convinzione che la via maestra per superare le resistenze al superamento della sovranità nazionale consista nello sviluppo graduale dell’integrazione in settori o funzioni limitati, ma via via più importanti dell’attività statale, in modo da realizzare uno svuotamento progressivo e quasi indolore delle sovranità nazionali. Monnet, che era stato l’ideatore degli organismi sopranazionali specializzati creati durante le due guerre mondiali per mettere in comune le risorse economiche e militari degli Alleati e rendere più efficace il loro sforzo bellico, si convinse che il metodo sperimentato durante le guerre avrebbe potuto essere applicato anche in tempo di pace per portare avanti l’unificazione europea. Concretamente, il metodo da lui proposto nel dopoguerra consisteva nell’affidare l’amministrazione di alcune attività pubbliche a una apposita amministrazione europea, la quale avrebbe ricevuto le direttive comuni dagli Stati nazionali che le avrebbero formulate in appositi trattati e in ulteriori decisioni intergovernative; questa amministrazione avrebbe però dovuto, nell’ambito di tali direttive, essere separata e indipendente dalle amministrazioni nazionali. Le politiche nazionali da mettere in comune erano quelle destinate a produrre i più gravi motivi di rivalità fra gli Stati europei e quindi, in particolare, quelle relative al carbone e all’acciaio, allora considerati i due prodotti base dell’economia dei paesi industrializzati. Mettere la produzione e la distribuzione del carbone e dell’acciaio sotto regole comuni, applicate da una amministrazione sopranazionale, avrebbe creato una solidarietà di interessi così profonda e così centrale nella vita economica da spingere all’integrazione graduale del resto delle economie e, successivamente, delle altre fondamentali attività statali, tra le quali la politica estera e la difesa. L’unificazione realizzata dalle varie agenzie specializzate intorno a interessi concreti e a burocrazie sopranazionali efficienti avrebbe trovato alla fine il suo logico coronamento in una costituzione federale. Va qui osservato incidentalmente che, al di là delle contrapposizioni superficiali emerse nel contesto della polemica politica e di talune esasperazioni verbali che non sono mancate da entrambe le parti, la differenza sostanziale dell’approccio federalista rispetto a quello funzionalista si può riassumere in due punti. Il primo è la convinzione costantemente ribadita che l’integrazione europea sia destinata a rimanere precaria e reversibile finché non si giunge alla costituzione federale, la quale può essere realizzata non dalle conferenze intergovernative(deliberazioni unanimi e segrete dei rappresentanti dei governi e ratifiche unanimi) , bensì solo con un metodo costituente democratico(deliberazioni a maggioranza da parte dei rappresentanti dei cittadini e ratifiche a maggioranza). Il secondo punto è la contrapposizione alla fiducia nell’automatismo funzionalistico della persuasione che il raggiungimento dello Stato federale richieda l’attivazione di un movimento per l’unità europea, che può anche perseguire obiettivi intermedi, ma che deve essere autonomo dai governi e dai partiti ed essere capace di mobilitare l’opinione pubblica facendo leva sui limiti strutturali dell’integrazione funzionalistica. Questi sono rappresentati essenzialmente dalla sua precarietà e inefficienza (per il permanere delle decisioni unanimi sulle questioni essenziali) e dal deficit democratico (lo svuotamento delle sovranità nazionali senza istituire una sovranità democratica sopranazionale pienamente sviluppata). I due approcci sono pertanto diversi (perciò quello di Monnet è stato definito un federalismo debole in confronto con il federalismo forte del MFE) , ma allo stesso tempo dialetticamente (cioè ciascuno fornito di un ruolo autonomo e decisivo) complementari. Tornando, dopo questo chiarimento, al rapporto fra l’impostazione funzionalistica e l’iniziativa di Schuman, basta dire che l’impasse prima descritta in cui si venne a trovare il governo francese aprì a Monnet la finestra di opportunità che gli permise di realizzare la rivoluzionaria invenzione comunitaria. La CECA aveva in effetti in comune con le prime organizzazioni intergovernative europee il mantenimento del potere decisionale in ultima istanza nelle mani dei governi nazionali, il che corrispondeva al fatto che non vi era in tutti i governi la disponibilità ad accettare un trasferimento irreversibile di sovranità agli organi sopranazionali (il trattato aveva una validità limitata a cinquant’anni!). D’altra parte, conteneva alcuni importanti embrioni federali: il ruolo decisivo attribuito a un organo, l’Alta Autorità, autonomo dai governi; l’efficacia diretta della normativa e della giurisprudenza comunitaria; l’attribuzione di risorse proprie al bilancio comunitario basate su un’imposta e su obbligazioni europee; il principio del voto a maggioranza per una parte delle deliberazioni del Consiglio dei ministri; la possibilità di elezione diretta dell’Assemblea parlamentare comune che aveva anche il potere di sfiduciare l’Alta Autorità. Va sottolineato che i governi dovettero accettare questi aspetti federali perché la realizzazione di un obiettivo ben più avanzato della semplice liberalizzazione degli scambi richiedeva oggettivamente istituzioni più forti ed efficienti, le quali avrebbero dovuto essere almeno in prospettiva democratizzate, onde evitare che le competenze trasferite a livello sopranazionale fossero sottratte in permanenza a un efficace controllo democratico. Il traguardo finale della federazione non era indicato nel testo del trattato, ma era comunque esplicitato nel testo della dichiarazione sulla base del quale si condussero le trattative e che, essendo stata accettata dagli altri governi, è diventata un impegno ufficiale rispetto alla finalità dell’integrazione comunitaria. Al di là di questi elementi contenuti nella dichiarazione di Schuman e nel trattato che ne derivò, la prospettiva federale deve essere individuata anche nella scelta di procedere sulla base di un gruppo più ristretto rispetto alla cerchia degli Stati coinvolti nelle prime iniziative europeistiche. Quando la proposta della CECA fu lanciata esisteva da oltre due anni l’OECE e da un anno il Consiglio d’Europa comprendenti, oltre ai Sei, la Gran Bretagna e la maggioranza dei paesi dell’Europa occidentale. Ebbene la scelta procedurale di importanza cruciale compiuta da Schuman fu precisamente quella di operare al di fuori del quadro giuridico di queste due organizzazioni, all’interno delle quali la Gran Bretagna e, al suo seguito, i paesi scandinavi e il Portogallo avrebbero eliminato gli aspetti innovatori dell’iniziativa, e di aprire le trattative solo fra i governi disposti a discutere la creazione di una autorità sopranazionale. Si dette in tal modo vita a un nucleo di avanguardia all’interno di un cerchio più ampio di carattere puramente intergovernativo, nella convinzione che il successo dell’impresa avrebbe più avanti coinvolto gli Stati inizialmente recalcitranti - come in effetti è poi avvenuto. All’affermarsi di questa scelta procedurale, si deve sottolineare, concorsero sia la natura del problema da risolvere (evitare la ricostruzione della piena sovranità tedesca), sia l’iniziativa del MFE e dell’Unione dei Federalisti Europei, di cui esso faceva parte e ne costituiva l’avanguardia. In effetti, subito dopo l’entrata in vigore del Consiglio d’Europa i federalisti organizzarono in tutta Europa una grande campagna popolare a favore della stipulazione di un patto federale che istituisse un’autorità politica sopranazionale, democraticamente eletta e munita dei poteri necessari per realizzare una progressiva unificazione economica, condurre una politica estera comune, organizzare la difesa comune. L’entrata in vigore del patto federale fra i paesi ratificanti - e questo era il punto qualificante - non avrebbe richiesto l’unanimità dei paesi-membri del Consiglio d’Europa, ma sarebbe stata sufficiente la ratifica di almeno tre Stati raggiungenti la popolazione complessiva di cento milioni. In sostanza i federalisti proposero l’applicazione all’unificazione europea di uno dei principi fondamentali caratterizzanti la procedura sulla base della quale la Convenzione di Filadelfia del 1787 dette vita nel NordAmerica alla prima costituzione federale della storia, e cioè il superamento del requisito della ratifica unanime. Questa iniziativa dei federalisti rafforzò indubbiamente la determinazione di Schuman e degli altri governi dei Sei a procedere con la strategia del nucleo di avanguardia.

3. A sessant’anni dalla Dichiarazione Schuman sono evidenti i grandi progressi realizzati dall’integrazione comunitaria. Nel quadro di un progressivo avanzamento in direzione democratica e federale (in particolare elezione diretta e ampliamento dei poteri del Parlamento europeo ed estensione del voto a maggioranza) del sistema comunitario si sono raggiunti traguardi integrativi di grande rilevanza. Essi vanno dal mercato unico allo storico passaggio all’unione monetaria, che non sarebbe stato possibile senza la opzione a favore del metodo dell’avanguardia, all’allargamento a quasi tutti i paesi europei, al Trattato di Lisbona, i cui passi avanti, pur non risolutivi, sono legati al coinvolgimento, tramite la Convenzione, dei parlamentari europei e nazionali. Questi sviluppi dimostrano con la forza irrefutabile dei fatti la validità della scelta compiuta nel 1950 di superare la semplice cooperazione intergovernativa e di introdurre nella politica di unificazione europea la prospettiva federale, sia sul piano delle istituzioni che su quello della procedura per crearle. Per avere una visione adeguata del processo, si deve peraltro sottolineare (sviluppando quanto già sopra accennato) che a questi progressi hanno dato un contributo decisivo i movimenti europeisti di orientamento federalista. Non solo essi hanno mantenuto in vita, con una azione costante, sistematica e capillare, l’idea (che senza questa azione sarebbe scomparsa dall’agenda politica) della federazione europea e della partecipazione popolare alla sua costruzione sulla base del metodo costituente democratico. Ma hanno altresì svolto un ruolo essenziale in alcuni snodi cruciali della costruzione europea. In particolare vanno ricordate: la trasformazione del progetto di Comunità Europea di Difesa in un disegno di unione militare, politica ed economica su base federale (la Comunità Politica Europea) , che fallì nel 1954, ma pose le premesse per il successivo rilancio con la Comunità Economica Europea; la campagna per l’elezione diretta del Parlamento europeo e per il rafforzamento dei suoi poteri; l’iniziativa di Spinelli a favore del Trattato di Unione Europea, approvato dal Parlamento Europeo nel 1984, e che ha fortemente contribuito alla genesi dell’Atto Unico Europeo e, più in generale, al processo di riforma dei trattati europei che è giunto per ora al Trattato di Lisbona ; l’impegno a favore della moneta europea, che è stato costante fin dagli anni Sessanta (ricordo al riguardo che nel 1965 i federalisti fecero coniare a Bologna delle monete simboliche con il nome di Euro!). Ciò precisato, è un fatto che il traguardo finale della federazione europea non è stato ancora raggiunto e dobbiamo ora chiederci se è ancora attuale sotto questo aspetto la dichiarazione di Schuman. Questa domanda deve essere posta perché molte sono oggi le voci che contestano la validità della distinzione fra federazione e confederazione, che negano pertanto che il processo di integrazione europea debba o possa sboccare nella creazione di uno Stato federale, che sovente collegano queste affermazioni alla convinzione che, nel contesto della globalizzazione, la forma-Stato sia non solo oggettivamente in crisi ma addirittura destinata ad essere superata da qualcosa che peraltro non sanno definire chiaramente. Il MFE è per contro convinto che il discorso federalista sia pienamente attuale. Questa convinzione si fonda sulle seguenti considerazioni: - Il modello di Stato federale ragionevolmente concepibile come sbocco dell’unificazione europea avrà caratteristiche diverse ed originali rispetto ai sistemi federali finora realizzati, perché si tratta, per la prima volta nella storia, di federare Stati nazionali storicamente consolidati e un continente caratterizzato da un pluralismo (che è una grandissima ricchezza da tutelare e valorizzare) culturale, linguistico, religioso economico-sociale che non ha eguali nel mondo. Pertanto sarà un federalismo fortemente decentrato (e quindi, io credo, più autentico), ma nel quale sarà esclusa, pur avendo ampio spazio le maggioranze qualificate, qualsiasi forma di veto nazionale, dovrà realizzarsi il monopolio federale della forza legittima ed essere applicato pienamente il principio della responsabilità democratica degli organi politici sopranazionali. Queste sono le condizioni imprescindibili per superare alla radice i deficit dell’integrazione europea sul piano dell’efficienza e della democrazia e renderla, quindi, irreversibile.

- L’unica risposta valida allo svuotamento delle sovranità statali conseguente alla crescente interdipendenza internazionale, di cui la globalizzazione rappresenta lo sviluppo più recente, è non l’accettazione rassegnata dal declino della statualità, bensì l’allargamento delle dimensioni dello Stato democratico e il rafforzamento degli strumenti partecipativi democratici, che sono resi possibili dal principio di sussidiarietà proprio di un sistema federale pienamente sviluppato. Poiché la statualità è la base insostituibile del perseguimento dell’interesse generale, e cioè della convivenza pacifica, della tutela dei diritti liberaldemocratici, della solidarietà sociale e della solidarietà con le generazioni future(lo sviluppo sostenibile), il grande disegno che devono perseguire tutti coloro che, in un mondo sempre più interdipendente, si vogliono impegnare per il progresso e per la stessa sopravvivenza dell’umanità è la costruzione graduale ma coerentemente voluta di una statualità democratica e federale mondiale. In questa prospettiva è quanto mai urgente completare la costruzione dello Stato federale europeo, perché solo un’Europa pienamente capace di agire può svolgere un ruolo attivo e determinante in un mondo in bilico fra la costruzione di istituzioni e politiche indispensabili per affrontare un destino comune e un’anarchia catastrofica. D’altronde, come è detto nella dichiarazione di Schuman, la missione dell’Europa unita e pacificata al suo interno sta precisamente nel fornire un contributo fondamentale alla pace del mondo intero, il che, se si vuole essere consequenziari, significa favorire con l’ esempio e con l’azione la formazione di altre federazioni continentali e contribuire nello stesso tempo, come è detto nel Manifesto di Ventotene, all’unificazione federale del mondo intero. L’alternativa a questo sviluppo è il prevalere di una dispersione neofeudale della sovranità e, quindi, di una anarchia generalizzata, che con irresponsabile leggerezza appaiono disposti ad accettare i teorici di un nuovo Medioevo.

- Il processo di integrazione europea, grazie ai suoi progressi, è giunto a un punto in cui il rinvio dello sbocco federale non è più compatibile non solo con l’avanzamento ma con lo stesso mantenimento dell’integrazione europea. Da una parte, l’unificazione monetaria (che è il più grande successo finora raggiunto) ha portato al punto di insostenibilità la contraddizione in cui da sempre si dibatte l’integrazione funzionalistica a causa del rinvio sine die della costruzione della sovranità democratica sovranazionale. Se allo svuotamento della capacità di governare il processo economico con le politiche economiche e sociali nazionali non corrisponde la creazione di un governo democratico europeo in grado di assicurare la coesione economico-sociale e la competitività dell’economia europea nel quadro della globalizzazione, e, più in generale di superare l’abnorme sfasamento fra la dimensione, che è ancora fondamentalmente nazionale, della responsabilità politico-democratica e la dimensione delle decisioni effettive, il sistema democratico finirà per entrare in una crisi fatale. Ne è un allarmante segno premonitore l’avanzata delle tendenze populistiche, eurofobiche, micronazionalistiche e xenofobe. Dall’altra parte, il passaggio ad un’unione pienamente federale in tempi rapidi è imposto dal contesto internazionale che è caratterizzato dal declino irreversibile dell’egemonia americana e dalla formazione di un sistema mondiale pluripolare che è vitale rendere strutturalmente cooperativo. Ciò impone all’Unione Europea di diventare un produttore di sicurezza globale invece di rimanere un semplice consumatore di sicurezza all’ombra dell’ombrello americano. La creazione di istituzioni sopranazionali democratiche ed efficienti è infine indispensabile per affrontare i problemi dell’allargamento(già attuato e da completare) all’Europa centrale, orientale e balcanica e alla Turchia, il quale rappresenta una sfida grandiosa ed è una dimostrazione del successo della costruzione europea, ma è destinato a produrre conseguenze dirompenti se non accompagnato dal parallelo superamento dei limiti dell’integrazione funzionalistica.

Per queste ragioni è non solo pienamente, ma anche urgentemente attuale l’esigenza di realizzare la finalità ultima - la federazione europea - della Dichiarazione Schuman, ma è altresì pienamente attuale la strategia del nucleo di avanguardia da essa indicata. Ciò significa oggi due cose. Da una parte, occorre realizzare i progressi possibili nel quadro del Trattato di Lisbona (in particolare in riferimento al governo economico europeo e al ruolo internazionale dell’Unione Europea) procedendo con chi ci sta e, quindi, utilizzando le cooperazioni rafforzate e quella strutturata nel campo della difesa. Dall’altra parte, occorre l’avvio simultaneo, sulla base dell’iniziativa dei paesi disponibili, di un processo di transizione verso la federazione europea. Il che significa: il trasferimento a livello europeo della sovranità nella politica estera,di sicurezza ed economica (negli aspetti generali) con l’attribuzione di risorse finanziarie e di forze armate sufficienti a consentire una capacità di azione e di governo indipendenti; l’elaborazione di una Costituzione federale, che preveda un sistema di governo articolato su più livelli coordinati e indipendenti, con un esecutivo federale responsabile di fronte al parlamento e un legislativo bicamerale composto da una camera degli Stati e da una dei rappresentanti del popolo; l’elaborazione della Costituzione da parte di una convenzione costituente democratica e la sua approvazione da parte dei cittadini, in un quadro rispettoso sia dell’acquis communautaire sia della volontà di unirsi successivamente a questo progetto da parte degli Stati che lo vorranno.

LE PROSSIME TAPPE DELLA FEDERAZIONE EUROPEA

JOINT DECLARATION OF THE UNION OF EUROPEAN FEDERALISTS & THE YOUNG EUROPEAN FEDERALISTS


Sessant’anni fa la dichiarazione di Robert Schuman ha cambiato il corso della storia europea. Tale dichiarazione ha avuto il merito di essere concisa e chiara, coraggiosa, nonché al contempo visionaria e realistica.

“L'Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.”

La proposta di unificare la produzione di carbone e acciaio di Francia e Germania ha reso i due Stati reciprocamente dipendenti per il benessere comune, facendo sì che condividessero lo stesso destino.

“La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea…”.

Il loro esempio era destinato a essere seguito da altri. La nuova comunità del carbone e dell’acciaio è stata fin dalla sua istituzione “aperta a tutti i paesi che vorranno aderirvi”.

“Sarà così effettuata, rapidamente e con mezzi semplici, la fusione di interessi necessari all'instaurazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti da sanguinose scissioni. Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace.”

Trascorsi sessant’anni, dopo molti successi e qualche fallimento, l’obiettivo di Robert Schuman e di Jean Monnet di creare una Federazione europea appare ora più vicino. La sovranità è ampiamente condivisa all’interno dell'Unione europea, la cui architettura costituzionale ha molte caratteristiche federali. La recente entrata in vigore del trattato di Lisbona ha ampliato le competenze dell'Unione e rafforzato i poteri delle sue istituzioni. Eppure la costruzione di un'Europa federale è tuttora in atto. Resta ancora molto da fare.

Il mercato unico deve essere ancora completato, non da ultimo nel settore dei servizi, della proprietà intellettuale, della ricerca scientifica e dell’energia. Il sistema finanziario va reso più trasparente, vivace e avanzato, per dotare l’UE delle risorse finanziarie di cui ha bisogno onde raggiungere i propri obiettivi politici e rispondere alle aspettative dei propri cittadini. L’Unione europea deve rafforzare la capacità di accrescere le entrate, ottenere e concedere prestiti, allo scopo di incentivare gli investimenti a favore di beni pubblici europei quali l’istruzione, le tecnologie ecocompatibili e le infrastrutture.

La politica di bilancio dell'UE deve promuovere la ripresa economica dell'Europa. Nell’ambito dell’imminente revisione intermedia del bilancio e nella progettazione del nuovo quadro finanziario pluriennale a partire dal 2013, è opportuno trasferire la spesa dal livello nazionale a quello federale laddove sia possibile realizzare economie di scala e ottimizzare i costi o allo scopo di ovviare alle disfunzioni di mercato. Questo vale particolarmente per il settore militare, dove l’Agenzia europea per la difesa mostra la via da seguire. Per contro, laddove la spesa dell’UE non è più adeguata, le tesoriere nazionali dovrebbero intervenire in misura maggiore.

Gli attuali negoziati sul rafforzamento del quadro normativo per il settore finanziario dovrebbero mirare da ultimo all’istituzione di un supervisore unico per l’UE in relazione ai servizi finanziari transnazionali.

Non è sufficiente tornare alla rettitudine fiscale e destreggiarsi con il Patto di stabilità e di crescita. Attualmente è assolutamente necessario un governo economico, soprattutto nell’ambito dell’eurozona, che disponga di sufficiente autorità esecutiva onde obbligare i governi statali ad adottare politiche economiche di rafforzamento reciproco, nel contesto di una strategia generale comune volta al duplice obiettivo della stabilità e della competitività. Esortiamo la task force istituita sotto il controllo del Presidente Van Rompuy a emulare la dichiarazione di Schuman in termini di coraggio e chiarezza d’intenti. I membri del Consiglio europeo devono accettare la responsabilità individuale e rispondere delle loro decisioni collettive.

Il servizio europeo per l’azione esterna deve essere istituito quanto prima ed essere dotato di tutte le risorse necessarie a correggere le attività esterne dell'Unione, attualmente disarticolate e non coordinate. La Commissione e il Consiglio devono mettere da parte le loro gelosie istituzionali e seguire la logica del trattato di Lisbona riguardo all’istituzione di un servizio diplomatico comune capace di trasformare l'Unione in un prestigioso attore sulla scena internazionale.

Gli Stati che hanno la capacità militare e la volontà politica dovrebbero prendere subito l’iniziativa per costituire una struttura di difesa integrata su base permanente, come previsto dal trattato di Lisbona.

Il Parlamento europeo deve continuare a potenziare le sue funzioni. I partiti politici europei devono darsi un nuovo slancio attraverso campagne tese a concretizzare la cittadinanza europea e sostenendo lo sviluppo di uno spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia. Appoggiamo con vigore la proposta di istituire un collegio transnazionale per un certo numero di deputati al Parlamento europeo, in tempo utile per le elezioni del 2014.

Noi sottoscritti, presidenti delle due organizzazioni federaliste d’Europa di più antica fondazione, invitiamo le istituzioni dell’Unione europea e i parlamenti nazionali a rievocare la motivazione alla base della dichiarazione di Schuman e a confermare la missione dell’UE a favore di pace, solidarietà e allargamento. Ecco le prossime tappe verso la costruzione di una Federazione europea.

Andrew Duff MEP, President UEF
Philippe Adriaenssens, President JEF

5 friends 4 Europe

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A proposito delle elezioni europee

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Michele Ciavarini Azzi, Presidente della UEF Belgio

Da diverse settimane girano ripetutamente per Bruxelles due pulmini elettorali con una grande scritta: “Having Democracy for breakfast? Do not swallow the Lisbon Treaty whole”, firmato Libertas, l’alleanza degli anti-europei in Europa.

A 33 giorni dalle elezioni europee in Italia ed a 34 giorni in Belgio, la campagna elettorale fatica ad entrare nel vivo delle questioni europee e a proporre alternative chiare alle grandi sfide che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni. Succede quindi che i movimenti anti-europei riescono a coalizzarsi ed a comunicare più facilmente un messaggio chiaro, semplice, senza compromessi.

European Parliament plenary

In Belgio, un paese in cui il voto è un esercizio obbligatorio, la campagna elettorale per le europee è pressochè inesistente, offuscata dalla campagna per le elezioni regionali che si svolgeranno nello stesso giorno. Manifesti, comizi, dibattiti politici radiofonici e televisivi: tutto ruota attorno alle competenze regionali! Nulla, o quasi, viene detto sulle posizioni dei prinicipali partiti quanto alle scelte da fare in Europa. Ed in Italia le cose stanno più o meno nello stesso modo. Come mai?

La mancanza di una chiara corrispondenza in Europa tra scelta individuale, cioè il voto, e formazione di un governo o di un potere esecutivo (sovranazionale in questo caso), espressa dalla personalizzazione di un candidato o una candidata alla presidenza di tale esecutivo, può dare la sensazione agli elettori che qualunque sia il voto espresso, le cose non cambino poi molto. E che la possibilità di influire sulle decisioni dell’Unione europea sia scarsa.

È vero che il Parlamento europeo lavora in modo diverso da un parlamento nazionale eletto su base maggioritaria, dove esiste una chiara maggioranza ed un’opposizione, e che la ricerca di un consenso trasversale nell’iter legislativo, almeno tra i due o tre principali gruppi politici europei, rappresenta il principale obiettivo politico. Ma va anche detto che su tanti temi – i diritti civili, l’ambiente, l’energia, la difesa, la politica estera – le posizioni di partenza delle principali famiglie politiche sono abbastanza diverse. Ed allora è importante sapere per chi e per che cosa si sta votando. E servirebbe anche ripetere – ripetere, ripetere, ripetere – che dal Parlamento europeo (in codecisione con il Consiglio) dipende circa il 75-80 % dell’intera produzione legislativa in applicazione nei 27 stati membri dell’Unione europea. Come dire che bisogna scegliere con oculatezza i propri legislatori per i prossimi cinque anni!

Occorrerebbe pure soffermarsi di più e meglio, cioè in modo pedagogico, sulle importanti novità introdotte dal Trattato di Lisbona – trattato ancora in via di ratifica – e sulle sue implicazioni sul futuro dell’integrazione europea. Ma è forse chiedere troppo?

Crisi economica e disastri ambientali...la virtù sta nel mezzo

Salvatore Antonio Palermo, Segretario MFE di Como

Al recente Congresso di Catania nella commissione economia dopo la relazione del Prof. Mosconi e del Dott. Palea (la prima che in sostanza evidenziava la tecnica finanziaria mondiale in una breve cronistoria dal 1943 ad oggi, mentre la seconda era incentrata sulla necessità di coniugare l’economia all’ambiente ponendo in risalto i passaggi errati nel rapporto tra lo sviluppo economico e i disastri ambientali) ho voluto intervenire affermando che tra le due relazioni, come dicevano i latini: “in media stat virtus: la virtù sta nel mezzo”

Entrambe le relazioni hanno avuto aspetti interessanti e pregi indiscussi perché hanno esaminato gli aspetti più importanti dell’economia alla luce dell’attuale crisi economica.

Il sistema finanziario mondiale deve essere riformato tenendo conto dell’evolversi di alcuni paesi ( in particolare Cina ed India) ma anche dell’affievolimento progressivo del dollaro statunitense e dello stato di difficoltà della Cina che ha accumulato miliardi di dollari e che qualsiasi intervento metta in campo rischia comunque di essere deleterio per una economia che sin qui non ha avuto battute di arresto ( questo discorso vale anche per l’economia indiana), ma lo sviluppo, ha sottolineato Palea, mal si è coniugato con lo sfruttamento delle risorse ambientali dell’intero pianeta, anzi, lo sviluppo irrazionale ha portato paesi come la Cina a sopportare malsane ripercussioni proprio sull’ambiente ( aria/acqua), malattie gravi presenti nella popolazione del continente cinese, basti pensare a Canton, Shangai, la stessa Pechino.

Nella stessa giornata in cui si è aperto il Congresso MFE di Catania, Le Monde proponeva ai suoi lettori un dibattito molto interessante sull’economia,nel mondo decriptato.. Da dove proviene la crisi era il tema sul quale si confrontavano antropologi, scrittori, economisti, filosofi. Due tesi mi hanno colpito particolarmente. Da una parte Emanuel Todd ( storico ed antropologo) che affermava che la questione centrale oggi è quella dell’insufficienza globale della domanda dove ogni discorso ruota attorno ai piani di rilancio dell’economia. Il rilancio economico è anche la causa di questa domanda insufficiente che rappresenta nient’altro che il libero scambio. Libero scambio che non è una cattiva cosa in sé perché una parte che le argomentazioni del libero scambio propongono ha un valore: la realizzazione dell’economia di eccellenza.

La specializzazione dei paesi secondo le loro competenze di produzione ha l’estensione smisurata del libero scambio ha rinviato il capitalismo alla sua vecchia tradizione che è una sorta di ritardo tendenziale della domanda in rapporto alla crescita della produzione. Nel libero scambio le imprese si posizionano non più in rapporto alla domanda interna, all’eccellenza nazionale, ma in rapporto ad una domanda sempre più persa nella realtà, ma così in maniera mitica come una domanda esterna.

Jaques Attail è invece uno scrittore schierato per la tesi economia-ambiente. Egli si sofferma nell’analisi dell’informazione imperfetta che permea tutta la società.

La crisi stessa è la manifestazione della libertà perché è impossibile prevedere i comportamenti differenti dei diversi attori. Per gli Stati Uniti l’impronta non è il denaro che “monta alla testa” di un sistema, ma è il modo (l’approccio) americano di creazione di una domanda esterna al mercato.

Nelle due visioni diverse dell’origine della crisi io credo di assistere soprattutto ad una globalizzazione del mercato senza una globalizzazione dello Stato di diritto. Ciò che è significativo è che nella loro dotta disquisizione ci sono alcune verità inconfutabili. Da una parte se è vero che proprio il libero mercato senza regole ha prodotto questi guasti finanziari globali, è pur vero che anche lo sfruttamento distratto dell’ambiente e dell’ecosistema ha prodotto una economia dello spreco, del superfluo, dei prodotti voluttuari e costosi, legati a consumi futili quanto mutevoli.

E se sono vere queste affermazioni è pur vera la constatazione di Emanuel Todd quando afferma che “ il problema da affrontare oggi, non è la sparizione delle api, ma è la scomparsa degli impieghi, del lavoro”.

Da questa affermazione credo si debba partire per affrontare subito la crisi ed i suoi aspetti più deleteri. A Como, in Italia, nella settimana antecedente al Congresso di Catania si sono persi più di 1600 posti di lavoro. Aziende prestigiose costruite in anni e generazioni di lavoro, se usciranno indenni da questa crisi avranno probabilmente altri nomi, perché saranno altre aziende a comprarle, magari per pochi euro, solo per speculazioni, per poi rivenderle oppure nei casi peggiori a liquidarle. Anni, generazioni di uomini hanno lavorato per costruire, mentre oggi un colpo di spugna cancella tutto, e ciò che annulla di più, ciò che azzera senza pietà è l’impronta della produttività che spesso non ritorna a ridisegnare gli spazi alla fantasia,alle capacità, al gusto di lottare per il bene di una collettività, di un territorio.

Che fare ?

Ciò che ci sta davanti è una nuova sfida ( perché di sfida si tratta) per gli anni 2000. Questa crisi economica sarà anche una occasione irripetibile per correggere vecchi errori, vecchie concezioni di un passato imprenditoriale ed occupazionale obsoleto, al quale padronato e lavoratori ( insieme alle associazioni sindacali) dovranno dare nuove risposte e creare nuovi aggiornamenti al libero mercato nell’ambito del mercato globale e globalizzato.

Ma saranno necessarie anche nuove strade (tutte da trovare e sperimentare) per trovare assetti consoni ad un mercato finanziario e monetario che non può essere più quello degli anni ‘90 ( che già aveva in quel periodo bisogno di rinnovamenti strutturali). Certo la strada di Bretton Woods è impercorribile perché sul proscenio finanziario ed internazionale vi sono più monete forti che sono a loro volta radicate nel tessuto economico dei loro stati,dei loro territori, nell’ambito delle organizzazioni aziendali che sono state create. Certo, non basteranno più i G20, oppure le conferenze intergovernative a sciogliere questi nodi. Sono necessari uomini nuovi, giovani di preparati, di buon senso e non soltanto “rampanti” per dare ossigeno alle idee, gambe alle parole che sin qui hanno prodotto solo slogan.

Per tornare a Como, nelle misure adottate da questo territorio sulla crisi il 10 febbraio il quotidiano locale “la Provincia” riportava l’accordo contro la stretta del credito alle imprese. Un accordo di 50 milioni di euro nato dall’intesa tra Unione degli Industriali di Como, Associazione Nazionale Costruttori Edili di Como, Confidi Lombardia e Intesa San Paolo. Un accordo che concede capitali alle imprese attraverso tre percorsi individuati a seconda della finalità per le quali il fido è richiesto:

  1. ricapitalizzazione delle società ( per rafforzare i loro patrimoni) attraverso aumento del Capitale Sociale;
  2. finanziamenti volti a ristrutturare gli impianti produttivi (macchinari, nuovi impianti, mezzi produttivi);
  3. l’ottenimento di fondi di sostegno alle liquidità d’impresa per realizzare campagne che rilancino produttività e vendite.

Mi sono chiesto se tutto ciò poteva bastare. Mi sono chiesto se questo è ciò che gli imprenditori chiedono alle istituzioni, al credito, alla politica.

Con una amica associata di Confindustria e a sua volta imprenditrice, ho iniziato a contattare le imprese comasche, scegliendole a campione in diverse parti del territorio.

Ma la risposta non sembra quella di interventi tampone (come nell’accordo del 10 febbraio). Gli imprenditori vogliono molto di più che soli interventi tampone. Vogliono finanziare progetti per trasformare le attività produttive, per trovare nuovi mercati, per essere più competitivi non solo dopo la crisi e per superare la crisi, ma per affrontare a viso aperto il futuro ( il che significa riprogettare le produzioni, variegare i mercati, riconvertire o rinnovare gli impianti, specializzare e meglio qualificare il personale).

Ma questa è un’altra storia di cui parlerò quando avremo finito di intervistare le imprese che abbiamo selezionato.

A Catania non ho mancato di fare una osservazione essenziale al mio intervento. L’Europa non c’è ancora. Manca una guida ai processi economici e politici. Manca uno Stato ed un Governo Federale europeo che sappia parlare ai cittadini di un continente grande quanto gli Stati Uniti d’America, se non di più dopo l’allargamento.

L’Europa degli anni 2000 deve fare una scelta non più procrastinabile oltre per il bene di ogni giovane, di ogni uomo o donna, di ogni famiglia che voglia traguardare la propria vita nel progresso e non nell’indigenza oppure nella precarietà.

Gli Stati Uniti d’Europa sono la soluzione più prossima per poter costruire un avvenire, un futuro di pace e di benessere.

Manifesto della JEF Europe per le Eleziono Europee del 2009

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Noi giovani cittadini d’Europa crediamo nei valori della pace, della libertà e della solidarietà. Riconosciamo il successo dell’integrazione europea che ha garantito lo sviluppo della democrazia e della prosperità economica in Europa grazie all’unificazione del continente.

L’Unione europea è il nostro presente e un’Europa federale il nostro futuro, ma la rapida evoluzione della globalizzazione presenta nuove sfide. Le crisi internazionali sono evidenti nel mondo della finanza, nelle questioni della sicurezza, della crisi ambientale e alimentare. Solo con un’UE capace di parlare e agire come une vera Unione potremo affrontare simili sfide.

JEF EP Campaign Logo

È tempo di agire!

Ci aspettiamo decisioni coraggiose e innovative. Vogliamo che l’Unione europea produca benefici concreti per la nostra vita quotidiana. Perciò domandiamo:

  • una politica economica europea attenta alla crescita sostenibile e capace di creare nuovi posti di lavoro, specialmente per i giovani;
  • un’Agenzia europea dell’energia e dell’ambiente capace di rendere l’Europa all’avanguardia nella battaglia contro il cambiamento climatico, e responsabile della gestione di una Riserva energetica europea volta ad assicurare l’indipendenza energetica dell’Unione europea;
  • una clausola di solidarietà che garantisca a tutti gli stati membri protezione reciproca in caso di attacchi terroristici e catastrofi naturali;
  • caschi blu europei che contribuiscano alle operazioni di mantenimento della pace nel mondo nel quadro di una vera politica di sicurezza e difesa europea;
  • il diritto di iniziativa popolare per permettere ai cittadini di far udire la propria voce;
  • un servizio civile europeo per promuovere i valori della cittadinanza europea tra i giovani;
  • il riconoscimento ufficiale dei simboli europei da parte di tutte le istituzioni europee.

Chiediamo ai candidati alle prossime elezioni europee (giugno 2009) di sostenere queste proposte. Inoltre, chiediamo al prossimo Parlamento europeo di esercitare il diritto di avviare un processo di riforma dei trattati – come stabilito dal Trattato di Lisbona – al fine di elaborare un quadro costituzionale e legislativo necessario all’attuazioni di tali riforme e per dare così ai cittadini europei un vero governo federale.

Invitiamo i cittadini e la società civile a firmare il Manifesto.

È TEMPO DI CAMBIAMENTO…ÈTEMPO DI EUROPA!

L'Unione dei Federalisti Europei Più Forti Insieme in un’Europa Federale

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L’Europa deve essere più unita per poter affrontare l’attuale crisi economica e costituzionale. Questo è il messaggio dei federalisti europei alla vigilia delle elezioni per il Parlamento europeo.

1. Il trattato di Lisbona deve essere ratificato e applicato con grande efficienza e al più presto. Con l’entrata in vigore del trattato l’Unione acquisirà speciali capacità ai fini di un intervento sulla scena mondiale. Sarà molto più potente, aperta e democratica. Se il trattato di Lisbona non entrasse in vigore, il Parlamento dovrebbe sollecitare senza alcun indugio una nuova Convenzione costituzionale.

2. L’UE deve agire in tempi brevi per effettuare una rigida e trasparente vigilanza dei settori bancario, assicurativo e dei valori mobiliari, che porti alla creazione di un’autorità comunitaria per la regolamentazione dei servizi finanziari. Il debole coordinamento attuale delle politiche nazionali deve essere sostituito da una politica macroeconomica comune. Per sostenere il piano di ripresa economica dovrebbero essere emessi titoli UE.

3. L’economia debole non è un buon motivo per tornare al protezionismo nazionale. L’UE deve impegnarsi a fondo per completare il mercato unico sotto il profilo finanziario, dei servizi, dell’energia e della proprietà intellettuale. Vi è un estremo bisogno di riforme strutturali del mercato del lavoro che creino una dimensione sociale europea, onde predisporre condizioni ottimali per un rinnovato investimento nel lungo periodo. È necessario inoltre riprendere le trattative con l’Organizzazione mondiale per il commercio.

4. L’UE necessita di una revisione radicale del proprio sistema finanziario. Bisogna trasferire un elevato volume di spesa dal livello nazionale a quello europeo per conferire all’UE un effettivo valore aggiunto. Una maggiore spesa congiunta a livello europeo significa minori sprechi legati agli sforzi disgiunti dei singoli Stati. Il bilancio comunitario deve disporre di risorse adeguate, finanziate dal federalismo fiscale, per poter sostenere politiche comuni volte a potenziare la competitività e creare posti di lavoro “verdi” in tutta Europa. Le risorse comunitarie devono essere spese in modo assolutamente responsabile.

5. Gli Stati dell’area dell’euro devono affermare la propria autonomia da coloro che non possono o non intendono adottare la moneta unica. L’Eurogruppo deve agire come un’unica entità nelle questioni monetarie mondiali e porsi a capo del processo di riforma del sistema monetario internazionale. L'UE dovrebbe incentivare la realizzazione di una rete globale di vigilanza prudenziale nelle aree valutarie, con l’obiettivo a lungo termine di creare un’unica valuta mondiale.

6. L’UE deve agire come forza trainante nei negoziati sul cambiamento climatico sotto l'egida delle Nazioni Unite. L'obiettivo consiste nel lasciare Copenhagen nel dicembre 2009 con l’approvazione internazionale di un pacchetto basato sul modello UE per la riduzione delle emissioni di carbonio, il risparmio energetico e un maggiore uso di risorse rinnovabili.

7. Il mercato unico deve essere esteso alle forniture energetiche affinché i consumatori possano beneficiare di un’industria più competitiva e interconnessa. L’UE dovrebbe investire direttamente in fonti di energia diversificate. Deve aiutare le società energetiche nella realizzazione di una grande rete europea e delle infrastrutture necessarie all’importazione delle forniture dall’Asia e dall’Africa.

8. Indipendentemente dalle sorti del trattato di Lisbona, è necessario potenziare il contributo dell’Unione alla pace e al disarmo a livello mondiale. Ciò implica uno sforzo orientato alla riforma delle Nazioni Unite e alla creazione di capacità civili e militari proprie affinché, ove necessario, l’Europa possa essere un conciliatore credibile.

9. Gli Stati dell’UE che dispongono della volontà politica e dei mezzi militari necessari devono formare un nucleo di base per la sicurezza e la difesa. Ciò contribuirà a modernizzare la NATO e conferirà maggiore stabilità alle relazioni transatlantiche. Qualora l’Irlanda respinga nuovamente il trattato di Lisbona, deve essere concordato con urgenza un trattato UE autonomo in materia di sicurezza e difesa, che coinvolga solo alcuni Stati membri.

10. L’Unione deve confermare gli impegni già assunti sul tema dell’allargamento, proiettando i valori, la stabilità e la relativa prosperità dell'UE in tutta l'area circostante. Una priorità fondamentale è il conseguimento di una riconciliazione fra le due comunità di Cipro, unite in una nuova repubblica federale.

11.La realizzazione di un’area comune europea di libertà, sicurezza e giustizia è appena agli inizi. L’UE deve delineare con urgenza una politica in materia di visti ed elaborare politiche comuni sui temi dell’asilo politico e dell’immigrazione legale e clandestina. Gli Stati europei devono agire insieme per combattere la criminalità internazionale e garantire una giustizia equa e la libertà civile per tutti. Una maggiore integrazione nella legge civile aiuterà le famiglie e i consumatori.

12. Il Parlamento europeo deve avvalersi delle nuove responsabilità e dei nuovi poteri democratici in modo competente ed energico, in particolare nell'elaborazione del programma della nuova Commissione. I deputati dovrebbero modificare la procedura elettorale del Parlamento affinché, nel 2014, un certo numero di deputati possano essere eletti da un’unica circoscrizione transnazionale. Tale riforma è fondamentale per rendere i partiti politici europei adeguati alle proprie finalità, per instaurare un contatto diretto con i cittadini e per conferire a questi ultimi maggior voce in capitolo sulla gestione dell’Europa.

L’Unione dei federalisti europei è un movimento politico sovranazionale dedito all’unificazione europea secondo un modello federale. Il presente manifesto è rivolto ai partiti e ai candidati che partecipano alla campagna per le elezioni del Parlamento europeo di giugno 2009. www.federalists.eu